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Pubblichiamo qui una raccolta di news dal mondo
delle scienze che studiano il cervello umano che,
oltre a rappresentare per noi motivo di speranza,
testimoniano la validità della terapia
che Andrea sta seguendo.
Chiunque abbia notizie di nuove cure o scoperte
che possono esserci sfuggite è invitato
a scriverci.
Grazie.
Neuroscienze
per iniziare (file
.pdf)
A cura del Centro Interdipartimentale B.R.A.I.N.
dell'Università di Trieste e del Comitato
per la promozione delle Neuroscienze.
Kinesiologia
applicata - Biofeedback
(file .pdf)
Del Dott. Philip Maffettone dell'Istituto per
il raggiungimento dell'eccellenza fisica.
01.12.2007 - News tratta dalla
newsletter 03 di Genitoricontroautismo.org
NUOVA
RICERCA GENETICA DELLA SMITH KLINE: IL PARERE
DI GCA
E' stato annunciato, in una apposita
Conferenza Stampa che ha visto la partecipazione
di neuropsichiatri e politici impegnati al Tavolo
di Lavoro sull'autismo indetto dal Ministro Livia
Turco, la costituzione di 18 Centri in Italia
per una ricerca genetica sulle cause della malattia
finanziata dell'Asscociazione Smith Kline. Nella
stessa sede è stata comunicata la costituzione
di una banca dati biologici e chimici, che raccoglierà
il Dna dei malati di autismo e dei loro familiari,
con l'intento di ottenere nuovi dati per dare
vita a nuove speranze terapeutiche.
Durante la stessa Conferenza Stampa la Dr. Donata
Vivanti, presidente di Autismo Italia e Autismo
Europe, ha affermato che "Il progetto vuole dichiarare
guerra agli 'spacciatori di illusioni', pronti
a prescrivere la 'cura della settimana' e il 'miracolo
del giorno'. 'Santoni' a cui i genitori dei bimbi
malati si rivolgono per tentare cure, ad oggi,
inesistenti".
Come Genitori Contro Autismo, sebbene guardiamo
con favore ad ogni nuovo studio, lamentiamo l'ostinazione
a voler ricercare le risposte che i nostri bambini
attendono solo in direzione di studi genetici,
ancora una volta finanziati da una nota casa farmaceutica
produttrice di psicofarmaci che, nonostante i
loro ben noti e devastanti effetti colleterali,
temiamo rimanere attuale e futura unica terapia
nel campo dell'autismo anche per i bambini piccolissimi,
in età prescolare.
Come genitori non vogliamo essere nè strumentalizzati
nè ritenuti stupide ed ingenue "prede", e intendiamo
proporre al Tavolo di lavoro del Ministero, a
cui ci è stato impedito di partecipare nonostante
le promesse del Ministro Turco e le oltre 3000
firme raccolte, di lavorare anche e soprattutto
in direzione della costituzione di Linee Guida
nazionali per uno studio internistico multidisciplinare
(gastroenterologico, immunologico, endocrinologico
ecc.) che affronti le ormai ben note patologie
metaboliche e d'organo che affliggono i pazienti
autistici e che potrebbero essere curate DA SUBITO
secondo i principi più classici e rigorosi della
nostra Medicina Interna con notevole e immediato
beneficio.
Vorremmo che la stessa enfasi e, soprattutto,
lo stesso sforzo economico, deciso ora per la
ricerca genetica fossero rivolti anche alla ricerca
che sviluppi efficaci interventi biomedici per
i nostri figli.
Dobbiamo purtroppo constatare invece, per l'ennesima
volta, che la ricerca in questo campo riconosce
e percorre sempre un'unica strada, nonostante
noi di Genitori Contro Autismo (quasi 6000 utenti)
registriamo e seguiamo centinaia di persone autistiche
di tutto il mondo che stanno migliorando enormemente
e spesso anche recuperando totalmente dall'autismo
come risultato degli interventi biomedici sviluppati
in larga parte attraverso sforzi degli istituti
di ricerca americani (ARI). Dati gli enormi costi
per la società per prendersi cura delle persone
autistiche che non diventano capaci di una vita
indipendente, e dei membri delle loro famiglie
che spesso devono abbandonano il loro lavoro per
prendersi cura di loro, è imperativo per il Governo
divenire molto più coinvolto nel finanziare questo
approccio terapeutico.
E' tempo di cambiare il modo in cui il Governo
italiano affronta la salute dei bambini autistici:
lo stato di benessere di questi bambini è la cosa
più importante e non dovrebbe essere confuso con
chi è responsabile, i margini di profitto e la
retorica.
Otto false credenze
sull'Autismo (più due):
Mito No. 1: l'autismo è causato
da "mamme frigorifero"
Molti anni fa, il Dr. Bruno Bettelheim affermò
che l'autismo aveva una causa psicologica: le
madri di questi bambini, intenzionalmente o meno,
non li amavano. Il termine "mamma frigorifero"
nacque in riferimento al fatto che le madri erano
fredde verso i loro figli. Oggi, sappiamo che
l'autismo è un disordine bioneurologico che colpisce
il funzionamento del cervello. Alcune teorie suggeriscono
che possa avere cause genetiche, virali o da esposizione
a sostanze chimiche.
Mito No. 2: i bambini autistici non provano emozioni
Una concezione errata molto comune è che i bambini
con autismo non siano affettuosi e non provino
sentimenti o emozioni. Guardando con superficialità,
potrebbe sembrare così, dal momento che non sempre
esprimono le loro emozioni nel modo in cui noi
ci aspettiamo. Ma chi di noi conosce un bambino
con autismo, sa come loro provano amore e affetto
Mito No. 3: i bambini hanno bisogno solo di una
bella sculacciata
A tutti noi è capitato di vedere, facendo la spesa
al supermercato o in giro per commissioni, un
bambino che prende un capriccio, urlando, piangendo
e scalciando. Ci siamo tutti chiesti come mai
i loro genitori li lasciano comportare così senza
sgridarli o punirli. Se si tratta di un bambino
con autismo, molto probabilmente avrà perso il
controllo a causa di sovraccarico sensoriale.
I suoni, le stimolazioni visive troppo forti e
tanta gente intorno sono troppo da gestire per
questo bambino e porta alla perdita del controllo.
I genitori sono criticati ingiustamente per non
aver educato i loro figli.
Mito No. 4: si nasce con l'autismo
In media l'autismo è diagnosticato a 44 mesi.
Mito No. 5: i vaccini non causano l'autismo
Su questo punto il giudizio non è stato dato ancora
definitivamente. Sebbene un recente verbale dell'Istituto
di Medicina sembri negare una associazione tra
vaccini e autismo, tutte le maggiori organizzazioni
che si occupano di autismo concordano sul fatto
che occorrano maggiori ricerche. Un recente studio
afferma i bambini che ricevono vaccini contenenti
il conservante thimerosal hanno molte più probabilità
di sviluppare l'autismo rispetto a coloro che
riceve vaccini privi di questa sostanza.
Mito No. 6: il personaggio interpretato da
Dustin Hoffman in "Rain Man" era una tipica persona
autistica
Il personaggio di Rain Man era una persona con
autismo ad "alto funzionamento" ed era anche un
savant (persona con qualità intellettive eccezionali).
In realtà, solo il 2% di coloro che hanno la diagnosi
di autismo mostrano tali capacità intellettive.
Mito No. 7: l'aumento dell'incidenza dell'autismo
è dovuta ad un miglior modo di diagnosticarlo
Dieci anni fa, l'incidenza di autismo era 1 su
10.000 nascite. Oggi è 1 su 166. Se questo incremento
strabiliante è dovuto a miglior diagnosi, dove
sono le centinaia di autistici adulti che avrebbero
dovuto ricevere una diagnosi 10, 20, 30 anni fa?
Mito No. 8: l'autismo è una malattia rara
Con 1 bambino ogni 166 che viene diagnosticato
autistico, questa non sarà più una malattia definita
rara a lungo. Abbiamo tra le mani un'epidemia.
Ogni 16 minuti, un altro bambino riceve la diagnosi
di autismo. Tutti noi che abbiamo il privilegio
di conoscere, amare, lavorare con un bambino con
autismo, sappiamo riconoscere le sue abilità attraverso
la disabilità e sappiamo apprezzare il bambino
intimamente.
I due Miti mancanti:
L'autismo è principalmente un disordine genetico
Mentre può avere una componente genetica, la maggior
parte, o almeno molti, degli scienziati ora sono
concordi nell'affermare che c'è una forte causa
ambientale.
L'autismo non è curabile o guaribile
Centinaia di genitori hanno riferito miglioramenti
significativi nei loro bambini autistici con cambiamenti
dietetici e trattamenti per rimuovere i metalli
tossici testati in eccesso.
CONTRO
AUTISMO NUOVI STUDI SCIENTIFICI
Portiamo alla vostra attenzione due importanti
studi scientifici pubblicati questo mese di Novembre
sul ruolo del mercurio e dello stress ossidativo
nei disturbi dello spettro autistico. Vogliamo
sottolineare che il primo studio è una rianalisi,
basantesi sul riesame dei dati, di precedenti
studi che avevano affermato erroneamente che non
era possibile esistesse un legame tra l'esposizione
al mercurio e i disordini autistici.
Studio dell'Università del Northern Iowa conferma
la correlazione tra il livello di mercurio nel
sangue e la diagnosi di autismo
J Child Neurol. 2007 Nov;22(11):1308-1311.
Department of Psychology, University of Northern
Iowa, Cedar Falls, Iowa.
Questo quanto affermato dagli autori della ricerca:
"L'interrogativo su cosa stia causando l'evidente
aumento dell'autismo è di grande importanza. Come
per il collegamento tra aspirina e infarto, anche
un piccolo effetto può avere importanti ripercussioni
sulla salute. Se esiste quindi un qualsiasi legame
tra autismo e mercurio, è assolutamente cruciale
che i primi esami del problema non dicano falsamente
che non esiste alcun legame. Abbiamo per questo
rianalizzato i dati riportati da Ip et al. nel
2004 e abbiamo scoperto che il valore originale
p era errato e che esiste una importante correlazione
tra i livelli di mercurio nel sangue e la diagnosi
di disturbo dello spettro autistico. Inoltre,
i risultati delle analisi eseguite sul capello
offrono qualche validazione all'idea che le persone
con autismo possano essere meno capaci e più incostanti
ad eliminare il mercurio dal sangue.
Studio dall'Università Harvard conferma il
rapporto tra stress ossidativo ed elevato mercurio
cerebrale
American Journal of Biochemistry and Biotechnology
4 (2): 73-84, 2008
Un recente studio, "Stress ossidativo nell'autismo:
livelli cerebebrali elevati di 3-nitrotyrosine"
di Sajdel-Wulkowska et al. (2008), è stato pubblicato
sull'American Journal di biochimica e biotecnologia.
I ricercatori di questo studio provengono dal
Dipartimento di Psichiatria dell'Università di
Harvard.
"Il presente studio esamina i livelli cerebrali
del 3-nitrotyrosine (3-NT), un marker specifico
del danno ossidativo (.)..." "si ritiene che numerosi
fattori ambientali siano coinvolti nell'autismo,
compreso ...il mercurio (Hg)... Questi fattori
ambientali influiscono sulla capacità di indurre
stress ossidativo". "I profili delle porfirine
urinarie suggeriscono decisamente una forte tossicità
ai metalli pesanti nell'autismo". "Lo stress ossidativo
indotto dal mercurio porta come risultato una
modificazione ossidativa di DNA, proteine e lipidi
e anche ad una inibizione degli enzimi cruciali
per lo sviluppo del cervello. Elevati livelli
di mercurio nel cervello perciò interferiscono
con un suo normale sviluppo".
Il nuovo studio conferma ulteriormennte il ruolo
causativo del mercurio in pazienti suscettibili
diagnosticati con disordine autistico. Evidenze
cliniche sul ruolo del mercurio come causa di
autismo in molti disordini autistici sono:
1) elevate porfirine urinarie associate con tossicità
da mercurio
2) elevati livelli di mercurio nei denti da latte
3) elevati livelli urinari/fecali di mercurio
seguendo una terapia per la rimozione dei metalli
pesanti
4) diminuzione della naturale escrezione di mercurio
riscontrata nei capelli di primo taglio.
12.07.05 - News tratta da health.yahoo.net
Rischi
dell'ossigeno-terapia: la risposta è l'anidride
carbonica
A cura de Il Pensiero Scientifico Editore 12/07/2005
La notizia. Medici e paramedici che somministrano
ossigeno ai loro pazienti potrebbero far loro
più male che bene: lo sostiene una ricerca pubblicata
sulla rivista Chest e destinata a creare scompiglio
nell’ambiente medico. “L’ossigeno puro riduce
l’afflusso di sangue agli organi e ai tessuti
aumentando la ventilazione”, spiega Steve Iscoe,
pneumologo del Department of Anesthesia del Toronto
General Hospital e leader del team di ricercatori
della Queen’s University di Kingston in Canada
autori dello studio. “L’aumento della ventilazione,
colpevolmente quasi mai considerato, ‘spazza via’
l’anidride carbonica e questo restringe i casi
sanguigni. Quando si aggiunge alla miscela di
aria contenuta nelle bombole però i vasi sanguigni
tornano a dilatarsi, aumentando il flusso sanguigno
e permettendo ad una maggior quantità di ossigeno
di raggiungere le aree-chiave del cervello e del
cuore”.
Un problema sottovalutato. La pratica di utilizzare
aria espirata tramite respirazione bocca a bocca
(anche senza sapere che si tratta di ossigeno
e anidride carbonica) è antichissima: la prima
testimonianza scritta risale al 1754, ma ci sono
anche accenni nella Bibbia che fanno pensare che
la pratica fosse diffusa già migliaia di anni
fa. Ciononostante i testi medici non fanno cenno
al fatto che l’inalazione di ossigeno abbassa
drasticamente i livelli di anidride carbonica,
e per questo l’aggiunta di anidride carbonica
non è una pratica standard. “È sconcertante che
un’idea tanto semplice abbia ricevuto così poca
attenzione da parte dei medici”, aggiunge Iscoe.
“La riduzione di flusso di ossigeno al feto, al
cervello, al cuore e agli altri tessuti del corpo
che può essere indotta dalla somministrazione
di ossigeno è largamente non riconosciuta anche
dagli pneumologi come me”, ammette Peter Macklem,
professore emerito di Medicina alla McGill University
e vincitore nel 1999 del prestigioso Gairdner
Foundation Wightman Award. “E se persino da parte
degli pneumologi c’è una sottovalutazione di questo
problema, allora è molto probabile che internisti,
chirurghi, ostetrici, pediatri e medici di famiglia
che sono in prima linea nel trattamento delle
principali patologie siano poco e male informati”.
Il futuro. “La magnitudine del rischio
ora dovrà essere quantificata da una serie di
trial clinici”, prosegue Macklem. “Poiché però
saranno necessari alcuni anni prima di avere dati
certi, la procedura più saggia e corretta da adottare
per il momento è quella di somministrare basse
concentrazioni di anidride carbonica assieme alla
ossigeno-terapia”. “Dovremmo guardare all’anidride
carbonica non come a un nemico, ma come ad un
alleato”, conclude Iscoe.
Bibliografia. Queen’s University press
release 2005.
Iscoe S, Fisher JA. Hyperoxia-Induced Hypocapnia:
An Underappreciated Risk. Chest 2005; 128: 430-33.
david frati a
Giovedì, 29 Marzo, 2007
Turco: subito
dieci milioni di euro per acquisto comunicatori
vocali malati Sla
Il Ministro della Salute Livia Turco
ha annunciato oggi, nel corso del convegno internazionale
"Decisioni di fine vita" svoltosi a Roma, l'intenzione
di avviare un'iniziativa straordinaria per garantire
la presa in carico domiciliare, comprensiva della
messa a disposizione di dispositivi per la comunicazione,
a favore dei malati di Sclerosi laterale amiotrofica
o di altre patologie invalidanti che provocano
la perdita della parola e quindi della possibilità
di comunicare con il mondo esterno.
Attualmente, infatti, tali dispositivi non sono
forniti in maniera omogenea da tutte le Regioni,
anche in attesa della prossima revisione del nomenclatore
delle protesi che prevederà un loro più dettagliato
inserimento tra le protesi erogate gratuitamente
dal SSN. Gli uffici del Ministero della Salute
stanno predisponendo il testo di una specifica
progettualità in materia cui destinare una quota,
stimata attorno ai dieci milioni di euro, nell'ambito
delle risorse del fondo sanitario destinate a
specifici obiettivi sanitari.
Saranno poi le Regioni ad attuare i progetti specifici
comprensivi della messa a disposizione delle apparecchiature.
I "Sistemi di comunicazione aumentativa alternativa"
(questo il nome tecnico degli apparecchi) sono
utilizzati per consentire di comunicare nelle
fasi più avanzate della malattia quando restano
solamente i movimenti oculari a collegare il paziente
con il mondo circostante.
A tale scopo sono nati i dispositivi a controllo
oculare che grazie ad una telecamera connessa
ad un computer e ad un software, consentono di
scrivere, navigare in Internet, leggere scrivere
e spedire e-mail, comandare luci ed apparecchi
domestici, e molto altro ancora.
LA GIUNTA MUNICIPALE HA DELIBERATO
IL CONTRIBUTO PER L'ACQUISTO DEL PARTICOLARE COMPUTER
ARRIVATO STAMATTINA
Arriva il My Tobii a
casa Tessitore Antonio potrà parlare grazie al
Comune
Fabozzi e Ucciero soddisfatti: "Tessitore merita
tutto il nostro sostegno"
A Dicembre il Comune affiancherà Telethon Finalmente
è arrivato! Da stamattina Antonio Tessitore, giovane
di Villa Literno che da 3 anni convive con la
Sclerosi Laterale Amiotrofica, può parlare attraverso
un sintetizzatore vocale, attivato da un puntatore
ottico.
Lo consente il Myt Tobii, computer di ultima genereazione
realizzato dalla SrLabs di Milano e acquistato
grazie ad un contributo di 20mila Euro stanziato
dal Comune di Villa Literno in favore di Antonio.
Un gesto fortemente voluto dal sindaco Enrico
Fabozzi e da tutta l'amministrazione comunale
di Villa Literno. Un provvedimento dall'altissimo
valore simbolico che potrebbe aprire una strada
di speranza per altri malati, trattandosi del
primo caso in Italia in cui un Comune si carica
direttamente dell'onere economico.
I malati Sla sono destinati a perdere progressivamente
l'uso della parola e il supporto tecnologico rappresenta
per loro l'unico canale di comunicazione con l'esterno.
Per questo motivo, l'associazione "Luca Coscioni",
attraverso il progetto "Libertà di parola", sta
chiedendo a tutti gli enti territoriali d'Italia
di sottoscrivere un disegno di legge per garantire
contributi economici finalizzati all'acquisto
di quelli che vengono comunemente detti dispositivi
di "Comunicazione Aumentativa Alternativa". La
proposta al momento è stata sottoscritta da Provincia
di Caserta e dal Comune. Manca solo la firma di
Antonio Bassolino per la Regione Campania, che
tarda ad arrivare. Antonio però non poteva più
aspettare. Per questo motivo, il Comune ha deciso
di muoversi direttamente, finanziando l'acquisto
del dispositivo di Comunicazione Aumentativa Alternativa.
"Sono perfettamente d'accordo con Antonio- ha
dichiarato il sindaco Fabozzi- quando dice che
non è importante tanto il suo caso quanto l'approccio
che le istituzioni hanno nei confronti di tutti
i malati di Sla. Il nostro contributo è importante
perché abbiamo rotto un fronte e speriamo che
le altre istituzioni imitino la nostra modalità
di approccio". Gli fa eco il vicesindaco Aurelio
Ucciero: "è stato un gesto di solidarietà civile.
non potevamo ignorare l'appello di Antonio". Ucciero
per conto del Comune sta seguendo l'organizzazione
di una serata di beneficenza collegata alla manifestazione
di Telethon in favore della ricerca. Interverrà
alla manifestazione anche Antonio Tessitore.
Staminali neurali contro la
paralisi
Le cellule trapiantate producono nuova mielina
sulle fibre nervose
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings
of the National Academy of Sciences", le iniezioni
di cellule staminali umane sembrano in grado di
riparare direttamente alcuni dei danni causati
da lesioni del midollo spinale. Un gruppo di ricercatori
è riuscito a far camminare di nuovo alcuni topi
parzialmente paralizzati. L'esperimento non è
il primo a mostrare che le cellule staminali offrono
una speranza nel caso di questo tipo di lesioni,
ma rispetto ad altri studi compie un passo avanti,
rivelando come le nuove connessioni formate dalle
cellule staminali siano essenziali per la guarigione.
Sorprendentemente, le staminali non formano soltanto
nuove cellule nervose. Formano anche le cellule
che creano l'isolamento biologico necessario alle
fibre nervose per comunicare. Molte malattie neurologiche,
come la sclerosi multipla, sono caratterizzate
dalla perdita di questo isolamento, ovvero di
mielina.
Aileen Anderson dell'Università della California
di Irvine e colleghi hanno usato cellule staminali
neurali fetali, un tipo di staminali leggermente
più sviluppate di quelle embrionali perché sono
destinate a produrre cellule per il sistema nervoso
centrale. Quattro mesi dopo aver iniettato le
staminali neurali umani in topi con lesioni del
midollo spinale, i ricercatori hanno scoperto
che gli animali erano nuovamente in grado di camminare
normalmente. In teoria, l'iniezione avrebbe potuto
semplicemente stimolare il corpo a produrre qualche
fattore di guarigione. Ma grazie a ulteriori esperimenti,
gli scienziati hanno determinato che le cellule
stesse hanno riparato il danno direttamente.
05.10.2005 - News tratta da www.ansa.it
In stato vegetativo dall'11 settembre 2003
Sveglio dopo il coma: sentivo
tutto
Salvatore Crisafulli, uscito dallo stato di "incoscienza"
dopo due anni dichiara che, in realtà, percepiva
ciò tutto che accadeva.
ROMA - Salvatore Crisafulli, il 38enne catanese
rimasto in stato vegetativo per poco più due anni,
dopo che il suo motorino si era scontrato con un
furgone mentre andava al lavoro, si è risvegliato.
"I medici dicevano che non ero cosciente, ma io
capivo tutto - dice Crisafulli, intervistato in
da Tgcom - e piangevo perchè non riuscivo a farmi
capire". Dell'incidente l'uomo non ricorda nulla
ma di tutto quello che accadde dopo quel maledetto
11 settembre 2003 sì. "Sentivo mio fratello che
diceva che secondo lui invece capivo tutto - racconta
Crisafulli - e lo sentivo urlare perchè non gli
credevano. Ma io non potevo parlare, non potevo
muovermi, non potevo far nulla per fargli capire
che c'ero, che li sentivo. Così piangevo".
Dopo un periodo di ricovero in un centro di Arezzo,
dove, a distanza di un anno e mezzo dall'incidente,
ha ricevuto le prime vere cure, era stato trasferito
in Sicilia, a casa della madre. "Dal ministero della
Salute ci hanno assicurato - riferisce il fratello
Pietro Crisafulli - che sarebbero venuti a casa
ogni giorno degli specialisti per seguirlo. E infatti
lo stanno curando benissimo. Negli ultimi tempi
abbiamo anche fatto arrivare un macchinario che
gli permette di stare in piedi e che ha migliorato
la postura del tronco e del corpo. Ora riesce a
girare la testa a sinistra e, grazie alla fisioterapia,
muove il braccio destro. Ma che parlasse, questo
nessuno di noi se lo sarebbe mai aspettato".
28.09.2005 - News tratta da LE
SCIENZE on line
Ci scusiamo per non essere riusciti
a riportare nè la fonte nè la dell'articolo,
ma ci è stato fornito scompaginato dalla
rivista.
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Scoprire
un pezzetto di salute in mezzo al disastro.
Soffiare sulla brace perché non si spenga:
Cecilia Morosini lo fa da trent'anni per
riportare alla vita chi esce dal coma. Con
risultati sorprendenti, in un piccolo centro,
senza sovvenzioni. E un metodo forte. Mettere
al lavoro l'amore.
DI RAFFAELE ORIANI
SERVIZIO FOTOGRAFICO DI CRISTINA NUNEZ
E un luogo di dolore ma te ne dimentichi
presto. Ti dicono: "È l'ultima fermata prima
di Lourdes" ma capisci subito che le tentano
proprio tutte per non farsi rubare il lavoro
dalla Beata Vergine dei Pirenei. Più della
rassegnazione può infatti l'impegno, più
del dolore la fatica. Perché all'Arico di
Milano i pazienti strappati alla morte ma
sfigurati dal coma hanno una concreta, tenace
speranza di venirne fuori. E di ricominciare
a camminare, pensare, amare. In sostanza
a vivere. Anche quando nessuno ci scommetteva
più, anche quando il verdetto della sala
di rianimazione era stato semplice e chiaro:
"Ci consegnarono un pezzo di legno". Ricorda
il padre di Francesca (uno dei tanti nomi
virtuali che useremo per parlare di altrettante
persone reali) "e ci dissero: siate forti,
rassegnatevi, resterà così per sempre".
Le attuali tecniche rianimative consentono
di salvare i due terzi delle persone che
entrano in coma. Di queste circa il cinquanta
per cento può riprendere un'esistenza normale,
con disturbi agli apparati della memoria
e dell'attenzione, l'altro cinquanta ne
esce con gli occhi sbarrati e pochi altri
segni di vita. La nostra società non ha
ancora trovato il modo di trattare degnamente
questi miracolati a metà, che richiedono
anni e anni di cure, di impegno, di lotta
per recuperare emozioni e funzioni andate
apparentemente perdute: "Dall'ospedale"
continua il padre di Francesca "la portammo
a casa, e se fosse stato per il sistema
sanitario saremmo ancora li ad aspettare
il fisioterapista che una volta alla settimana
veniva a muoverle gambe e braccia senza
riuscire a capire che dentro quel corpo
c'era ancora una persona".
Se fosse stato per il sistema sanitario
e per la medicina ufficiale Cecilia Morosini,
medico, docente universitario, nume tutelare
dell'Alleo che i collaboratori chiamano
semplicemente "la prof.", non avrebbe mai
fondato il suo centro per il recupero dei
post-comatosi e non avrebbe mai potuto offrire
ai genitori di Francesca una strada da percorrere
giorno per giorno, millimetro per millimetro,
strappando gocce di salute all'oceano di
difficoltà in cui galleggiano i sopravvissuti
al terribile naufragio chiamato "coma".
Non tutti escono dal coma come in un film
di Almodóvar, dove le belle addormentate
in corsia un giorno si svegliano e riprendono
la vita al punto in cui l'avevano lasciata.
Molti ne escono conuna fatica straziante,
che sconvolge i tratti del volto, fa saltare
le giunture dell'anima e mette a durissima
prova la tempra del paziente, l'amore della
famiglia, la professionalità degli operatori.
Ma grazie a centri come l'Arico, quasi tutti,
lentissimamente, possono provare a uscirne:
"II risveglio" spiega Morosini "è un percorso
molto complesso che si struttura in tre
fasi: la prima in cui il paziente è immerso
in un caos assoluto, primordiale, come un
ominide che perda continuamente per strada
i primi barlumi di coscienza; la seconda
in cui inizia una delicatissima opera di
ricostruzione motoria, intellettiva, affettiva,
e la terza che culmina nella consapevolezza
del paziente stesso di "aver riconquistato
la testa". A metter in fila queste tre fasi
e a dare dignità di esseri umani ai "pezzi
di legno" che escono dai reparti di rianimazione,
"la prof." dedica da più di trent'anni il
suo tempo e la sua scienza. Con risultati
spesso sorprendenti, a volte semplicemente
straordinari.
Come nel caso di Gianni, che, mannaggia,
doveva laurearsi a ottobre ma per un cavillo
burocratico dovrà aspettare febbraio per
discutere alla facoltà di veterinaria la
sua tesi sull'alimentazione dei bovini.
Sono passati dodici anni da quando in sella
alla sua moto Gianni si schiantò contro
una macchina che non aveva rispettato la
precedenza. Ed entrò in coma. Il cervello
di Gianni oggi corre veloce, le sue gambe
seguono ancora con qualche difficoltà, ma
non gli impediscono di camminare in montagna,
pedalare in tandem con suo padre, provare
l'ebbrezza del rafting lungo i torrenti
alpini. Quasi come in un film di Almodóvar...
Eppure la sua cartella clinica ricorda che
il 25 maggio del '90, quando a un mese dall'incidente
"la prof." lo visitò per la prima volta,
Gianni aveva l'occhio vitreo, era tetraplegico,
completamente immobile, incapace perfino
di rotolare sul fianco. "In ospedale" ricorda
suo padre "ci dissero di parlare pure di
tutto in sua presenza, di fare come se lui
non ci fosse, perché tanto non capiva nulla
e non avrebbe mai più riacquistato coscienza.
Poi lo portammo dalla professoressa, lei
gli diede un'occhiata e gli gridò: "Alza
le gambe!". Lui ovviamente non le alzò,
ma da uno spasmo si capì che ci stava provando.
Allora la professoressa disse semplicemente:
"Gianni c'è, da oggi possiamo sperare".
Giorno per giorno, passettino dopo passettino,
la speranza è diventata realtà".
Cecilia Morosini da vent'anni ha il suo
centro, i suoi pazienti, pochi sponsor privati,
nessuna sovvenzione pubblica. Quando le
chiediamo se ne abbia mai fatto domanda,
sorride e racconta di quel potente assessore
di fine anni Ottanta che all'ennesima richiesta
di sostegno se ne uscì con un roboante:
"Morosini, ringrazi il cielo che non la
mando in galera con quella sua mania di
curare pazienti a rischio con tecniche astruse!".
Di fronte a Gianni che studia, a Marco che
lavora, a Francesco che ancora non parla,
ancora non sta in piedi, ma con l'indice
e il medio fa segno che ha una gran voglia
di camminare, la scienza ufficiale parla
di miracoli inspiegabili, di progressi discutibili,
di diagnosi errate da cui scaturirebbero
guarigioni fantasma. Morosini parla invece
di metodo, di lavoro, di amore: "lo non
faccio diagnosi, valuto le situazioni, non
mi concentro sui danni, metto a fuoco le
potenzialità. L'importante per me è scoprire
un pezzettino di salute in mezzo al disastro
e riuscire a soffiare sulla brace perché
non si spenga del tutto e acquisti ogni
giorno un po' di calore. Soffiare in modo
intensivo, corretto, continuo".
Soffiare tutti insieme, perché il metodo
Morosini funziona se regge il sostegno e
l'impegno della famiglia: "Ci sono casi
non particolarmente gravi dal punto di vista
neuronale che però offrono poche speranze"
spiega Rossana De Angelis, la psicoterapeuta
del centro "perché la famiglia preferisce
delegare, assumere il migliore in fermiere
sulla piazza e non buttarsi a capofitto
nell'avventura della riabilitazione. E ci
sono casi apparentemente disperati da cui
si riesce a venir fuori perché mamma e papa
hanno la grinta necessaria per combattere
ogni giorno e diventare in prima persona
fisioterapisti, logopedisti, psicologi".
Per questo all'Arico parlano di approccio
distico alla riabilitazione: per "la prof."
e la sua squadra non si tratta infatti di
curare il cervello ma d'incontrare la persona,
e di valutarne il carattere, le motivazioni,
l'ambiente sociale e familiare. "Puntiamo
da subito a inserire la terapia in famiglia"
continua De Angelis. "Il primo passo della
cura è infatti un soggiorno di sei, otto
mesi in un residence, durante il quale i
familiari imparano a trattare con il paziente,
a sollecitarne l'attenzione, a coglierne
le reazioni, a mettere il loro amore al
servizio della riabilitazione. Certo che
l'impegno richiesto è enorme, non ci nascondiamo
che per guarire il malato spesso siamo costretti
a crocifiggere le famiglie".
E allo stesso tempo a salvarle, perché
nel corso della terapia il dolore diventa
fatica, la disperazione genera impegno,
la caduta senza fine si trasforma in una
strada in salita. Detto alla Morosini: dove
prima vedevi solo danni, ora cominci a intuire
delle potenzialità. Anche in chi alla vista
corta del croni sta non sembrerebbe averne,
anche in Francesca, che attraversa il lungo
corridoio al quarto piano di via Copernico
5 immobile sulla sedia a rotelle, e urla
e piange a ogni gesto della fisioterapista.
"Siamo contenti" dice il padre "perché la
nostra ragazza è di nuovo tra noi, ci segue
con gli occhi, fa sì e no con la testa,
riesce a deglutire, sa leggere al computer".
Piccole cose, timidi segni che però fanno
la differenza tra il coma e la vita: Francesca
non è più un pezzo di legno, i suoi cari
non sono più una famiglia in lutto. Grazie
al loro impegno, certo, e grazie a una "prof."
che insegna a mettere l'amore al lavoro.
Chissà se qualche assessore o imprenditore
ha voglia di venire a dare un'occhiata.
Centri di riabilitazione.
Dove rivolgersi.
L'equipe Arico (Associazione per la riabilitazione
dei comatosi) è composta da medici fisiatri,
rianimatori, terapisti della riabilitazione,
neuropsicologi e opera a Milano,
tel. 02/67078143.
A Seregno c'è l'Unità operativa di
neuroriabilitazione, tel. 0362/385560.
A Como è attivo il Centro di riabilitazione
di Villa Ceretta, tel. 031/8544211.
In Umbria è possibile rivolgersi
al Centro ospedaliere riabilitazione intensiva
di Passionano sul Trasimeno (Pg), tel. 075/829871.
L'Istituto Santa Lucia di Roma lavora
per il recupero e la rieducazione funzionale,
tel. 06/515011.
Un indirizzo per la riabilitazione al Sud
è quello dell'Ospedale Sant'Anna di Crotone,
tel. 0962/26580.
Sempre nel Sud c'è l'Ospedale Santo Stefano
di Porto Potenza Picena (Me), tel.
0733/6891.
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09.09.2005
Il cervello umano è ancora
in evoluzione
Due varianti genetiche sono sorte in epoca recente
L'evoluzione umana è tuttora in corso in quello
che è diventato il nostro organo più importante:
il cervello. Lo sostengono alcuni ricercatori
dell'Università di Chicago in due articoli pubblicati
sul numero del 9 settembre della rivista "Science",
nei quali rivelano che due geni associati alla
dimensione del cervello stanno cambiando rapidamente.
"I nostri studi - afferma Bruce Lahn, docente
di genetica umana e ricercatore dello Howard Hughes
Medical Institute - indicano che il trend caratteristico
dell'evoluzione umana sta proseguendo ancora oggi.
Il nostro ambiente e le abilità necessarie per
sopravvivere al suo interno stanno cambiando più
rapidamente di quanto avessimo immaginato. C'era
da aspettarsi che il cervello umano, che ci ha
portato fin qui, continuasse ad adattarsi a questi
cambiamenti.
" L'evoluzione, spiega Lahn, non avviene a livello
di specie: sono piuttosto singoli individui ad
acquisire per primi una specifica mutazione genetica
e - se quella variante conferisce una maggior
probabilità di sopravvivenza - a diffonderla nella
popolazione. Lahn e colleghi hanno osservato due
esempi di questa diffusione attualmente in corso
nei geni Microcephalin e ASPM (abnormal spindle-like
microcephaly-associated), entrambi regolatori
della dimensione del cervello. Si tratta di varianti
"chiaramente favorite dalla selezione naturale",
sorte di recente e in rapida diffusione. Nel caso
del Microcephalin, la nuova classe di varianti
è sorta circa 37.000 anni fa e oggi è presente
nel 70 per cento degli esseri umani. Per l'ASPM,
le varianti sono apparse circa 5.800 anni fa e
oggi sono presenti in circa il 30 per cento della
popolazione.
Si tratta di finestre temporali straordinariamente
brevi in termini evolutivi, segno che le nuove
varianti sono soggette a una pressione selettiva
molto intensa. Gli esseri umani moderni sono emersi
circa 200.000 anni fa.
Le varianti sarebbero nate in contemporanea con
l'avvento di comportamenti "culturali": la variante
del Microcephalin è apparsa insieme alla nascita
di caratteristiche come l'arte, la musica, le
pratiche religiose e le tecniche di fabbricazione
di utensili sofisticati. La variante di ASPM coincide
con la più antica civiltà conosciuta, in Mesopotamia.
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Segnaliamo l'uscita di un importante ausilio per
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copyright 2004/05 SRLABS srl
07.02.2005 - News tratta
da www.lescienze.it
Valanghe neuronali
Le cellule responsabili della memoria si attivano
a cascata
Incontrare un amico che non si vede da anni può
suscitare un'improvvisa ondata di piacevoli ricordi.
Studi recenti suggeriscono che queste "valanghe"
di ricordi nel cervello possono in effetti aiutare
ad conservare la memoria. In una ricerca pubblicata
l'anno scorso, alcuni scienziati dei National
Institutes of Health (NIH) avevano posizionato
campioni di tessuto cerebrale di ratto su una
griglia di microelettrodi e avevano scoperto che
le cellule del cervello si attivavano l'un l'altra,
in una cascata chiamata "valanga neuronale".
Nuovi modelli al computer suggeriscono ora che
queste "valanghe cerebrali" sarebbero utilissime
per l'immagazzinamento delle informazioni. Se
così fosse, determinati trattamenti neurochimici
potrebbero un giorno migliorare la vita delle
persone con problemi di memoria. Lo studio è stato
descritto in un articolo pubblicato sul numero
del 4 febbraio della rivista "Physical Review
Letters".
Alla ricerca ha collaborato il biofisico John
Beggs dell'istituto di biocomplessità dell'Università
dell'Indiana di Bloomington. La biocomplessità
è un campo interdisciplinare che coinvolge la
fisica, la chimica, l'informatica, la matematica
e le scienze della vita.
27.09.2004 - News tratta
da www.lescienze.it
Il magazzino della memoria
Nuovi indizi sulla potenziazione a lungo termine
Come le informazioni vengano custodite nel sistema
nervoso, un aspetto chiave della memoria e dell'apprendimento,
è uno degli argomenti più dibattuti nel campo
delle neuroscienze. Una nuova ricerca condotta
alla Brown University di Providence e alla Duke
University di Durham, pubblicata sulla rivista
"Science", rivela importanti dettagli sui cambiamenti
cellulari che si verificano quando le esperienze
si trasformano in ricordi.
Questo processo è chiamato potenziazione a lungo
termine (LTP). Quando avviene la LTP nell'ippocampo,
due regioni ricurve che fiancheggiano il centro
del cervello, si verificano alcuni cambiamenti
nelle sinapsi: le connessioni fra i neuroni diventano
più forti in seguito a una ripetuta stimolazione.
La maggior robustezza sinaptica può durare per
alcune ore, o persino giorni, e si ritiene che
costituisca la base cellulare della memoria.
I recettori AMPA sulla membrana dei neuroni
17.07.2003 - News tratta
da www.lescienze.it
Come i bambini imparano le
lingue
Anche la qualità della lingua parlata dalla madre
ha un suo peso
Secondo tre diversi studi, condotti da ricercatori
dell'Università di Washington, l'interazione sociale
sembrerebbe svolgere un ruolo molto più importante
di quanto si pensasse sul modo in cui i neonati
apprendono il linguaggio. In un primo studio i
ricercatori, guidati dal neuroscienziato Patricia
Kuhl, hanno esaminato bambini americani di 9 mesi
che hanno ascoltato per meno di cinque ore persone
di madrelingua che parlavano in cinese mandarino:
in seguito, i bambini erano in grado di distinguere
gli elementi fonetici di quella lingua. In un
secondo studio, lo stesso materiale linguistico
è stato fatto ascoltare a un altro gruppo di bambini
americani, ma stavolta tramite un DVD oppure un'audiocassetta.
In questo caso, i bambini non si sono dimostrati
capaci di distinguerne le unità fonetiche. Le
scoperte, pubblicate sulla rivista "Proceedings
of the National Academy of Sciences", costituiscono
la prima dimostrazione sperimentale di apprendimento
fonetico mediante l'esposizione naturale al linguaggio
sotto condizioni controllate di laboratorio.
"I risultati - spiega Kuhl - indicano che a 9
mesi i bambini possono accumulare informazioni
fonetiche dall'esposizione per la prima volta
a una lingua straniera per un periodo di tempo
relativamente breve, ma solo se la lingua viene
prodotta da un essere umano. Questo ci dice che
l'interazione sociale è una componente importante
dell'apprendimento delle lingue".
In un terzo studio, pubblicato ad aprile sulla
rivista "Developmental Science", gli scienziati
hanno esaminato l'impatto della qualità della
lingua parlata dalla madre sull'apprendimento
dei bambini, scoprendo un'associazione estremamente
elevata fra la chiarezza con cui parla la madre
e l'efficacia con cui il bambino distingue i suoni
del linguaggio.
25.07.2001 - News tratta
da www.lescienze.it
Difficolta verbali infantili
La forte simmetria del cervello e la bassa
estrazione sociale sembrano connesse ai disturbi
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Child
Development” da un gruppo di scienziati del McKnight
Brain Institute dell'Università della Florida,
le difficoltà che spesso i bambini incontrano
nel leggere posso essere causate da una combinazione
di fattori sia neurologici che ambientali. In
particolare, gli scienziati hanno scoperto che
le capacità verbali e di lettura dei bambini possono
essere previste studiando la simmetria delle regioni
temporali del cervello. I soggetti che hanno più
problemi sono caratterizzati da una forte simmetria,
in confronto alla prevalenza del lato sinistro
che si osserva normalmente. Gli scienziati hanno
anche preso in considerazione fattori ambientali,
come la ricchezza delle famiglie, osservando che
normalmente i bambini di bassa estrazione hanno
maggiori difficoltà. Per esaminare il cervello
di 39 bambini, gli scienziati hanno usato la risonanza
magnetica. In parallelo all'analisi fisiologica
del cervello, sono state studiate le capacità
verbali e di lettura, che comprendevano la lettura
di parole inusuali o la ricerca della parola mancante
in un paragrafo. Ora resta il problema di stabilire
come l'asimmetria del cervello interferisca con
lo sviluppo della capacità di leggere. Secondo
una prima ipotesi, un emisfero destro più grande
può interferire con il dominio esercitato sul
linguaggio da quello sinistro.
21.02.2001 - News tratta
da www.lescienze.it
Apprendimento e linguaggio
I bambini possono passare a un nuovo meccanismo
di apprendimento quando quello originale non è
più ottimale
Nuove prove mostrano che l'apprendimento del linguaggio
da parte dei bambini dipende fortemente da un'analisi
degli schemi di ciò che essi ascoltano. È la conclusione
di uno studio presentato da Rebecca Gomez al congresso
della «American Association for the Advancement
of Science».
Gli scienziati hanno sempre pensato che una cosa
complessa come un linguaggio non potesse essere
appresa basandosi su associazioni fra parole adiacenti
o su altri metodi statistici. La Gomez ha però
mostrato che questo tipo di apprendimento è in
realtà molto importante nei bambini.
I ricercatori hanno studiato l'apprendimento dei
bambini utilizzando un linguaggio artificiale,
che ha permesso di analizzare in dettaglio gli
elementi più importanti per la comprensione. Le
parole del linguaggio artificiale non hanno senso
e comprendono esempi come «pel» e «wadin», ma
sono state organizzate in schemi grammaticali.
La Gomez ha studiato in quali condizioni i bambini
passano dal concentrare il loro apprendimento
sugli schemi che comprendono solo parole adiacenti
a schemi più ampi. Bambini di 18 mesi sono stati
sottoposti a un periodo di addestramento in cui
hanno ascoltato frasi di tre parole estrapolate
dal linguaggio artificiale. Nelle frasi, la prima
e la terza parola erano interdipendenti e si limitavano
ad alcune coppie particolari. La seconda parola
invece variava e poteva provenire da due diversi
vocabolari, uno molto piccolo e uno più esteso.
Dopo il periodo di addestramento, i bambini sono
stati esposti a un miscuglio di frasi che potevano
essere o meno in accordo con le regole grammaticali
stabilite nel periodo di addestramento. I bambini
che avevano imparato le regole ascoltavano con
maggiore attenzione le frasi sbagliate, come se
le altre non fossero più interessanti. Si è scoperto
così che quando la parola centrale è presa da
un piccolo vocabolario, allora i bambini imparano
presto a indovinare la seconda parola in base
alla prima, e la terza in base alla seconda, basandosi
così su semplici schemi di parole adiacenti. Quando
invece il campionario delle seconde parole è vasto,
allora subentra un diverso metodo di apprendimento,
e gli infanti imparano il legame fra la prima
e la terza parola. Questa osservazione è molto
importante, perché dimostra che i bambini possono
passare a un nuovo meccanismo di apprendimento,
quando quello originale non è più ottimale.
10.06.1999 - News tratta
da www.lescienze.it
Si riapre la discussione sull'apprendimento
I meccanismi plastici del cervello non sono ancora
chiari
Uno dei problemi più affascinanti della moderna
biologia riguarda i meccanismi molecolari alla
base dell'acquisizione, dell'elaborazione e dell'immagazzinamento
dell'informazione nel cervello dell'uomo.
Per lungo tempo si è ritenuto che il numero delle
cellule nervose e delle loro connessioni nel cervello
fosse immutabile. Negli ultimi decenni, però,
si è accumulato un gran numero di prove del fatto
contrario: anche il cervello adulto è in grado
di riorganizzare e ottimizzare la sua struttura
e le relative connessioni. Per esempio, è stato
possibile ottimizzare il trasferimento di informazione
tra neuroni comunicanti per mezzo di brevi, intensi
stimoli elettrici e misurare quantitativamente
questo miglioramento, che si riflette in una migliore
risposte da parte del neurone. Questo test, detto
potenziamento a lungo termine (LTP), è stato usato
come unità di misura della capacità dei neuroni
di adattarsi agli stimoli ambientali, che è un
equivalente dell'apprendimento. Finora, tuttavia,
nonostante innumerevoli ricerche e pubblicazioni
in materia, non era stato possibile delineare
né il meccanismo molecolare né il ruolo dell'LTP
nei processi di apprendimento.
Grazie alle ricerche condotte dagli scienziati
del Max-Planck-Institut fuer medizinische Forschung
di Heidelberg, in collaborazione con colleghi
di Oslo, Friburgo e Basilea, la discussione sul
ruolo dell'LTP nella formazione della memoria
potrebbe trovare nuova linfa.
Da una parte, il gruppo di ricerca ha individuato
una molecola chiave nella formazione dell'LTP:
si tratta di un canale del recettore per il glutammato,
uno dei neurotrasmettitori chimici del nostro
sistema nervoso. Bloccando un gene del recettore
in ratti transgenici, Daniel Zamanillo è riuscito
a impedire l'insorgenza dell'LTP senza modificare
la trasmissione neuronale e la comunicazione tra
le cellule.
Grazie a questa scoperta - e a un altro studio
pubblicato (come quello del Max Planck) sul numero
di "Science" in edicola da domani - il passo fondamentale
del meccanismo di funzionamento dell'LTP sembra
risolto.
Resta, però, un problema estremamente controverso:
fino a che punto il potenziamento a lungo termine
partecipa all'apprendimento e alla formazione
della memoria? A dispetto delle loro aspettative,
gli scienziati di Heidelberg non sono riusciti
a individuare alterazioni nell'apprendimento da
parte dei ratti sottoposto all'esperimento. Anzi,
i ratti che non avevano LTP erano, come quelli
normali, capaci di svolgere compiti di apprendimento.
Sarà dunque necessario approfondire le ricerche
per risolvere definitivamente il legame tra LTP
e apprendimento.
Marco Cattaneo
18.01.2001 - News tratta
da www.lescienze.it
L’emisfero destro del cervello
permette di riconoscersi
Con la parte anestetizzata, un gruppo di pazienti
non ricorda di essersi visto in fotografia
Se riusciamo a riconoscere noi stessi in una
foto è per merito del lato destro del nostro cervello.
È quanto affermano i ricercatori del Beth Israel
Deaconess Medical Center di Boston.
Lo studio si aggiunge così alla mole di lavori
che dimostrano come l’emisfero destro abbia un
ruolo fondamentale nei processi che stanno alla
base della consapevolezza di sé, un aspetto fondamentale
della coscienza umana.
Nella prima parte dello studio i ricercatori hanno
lavorato con cinque pazienti che hanno affrontato
alcuni test prima di operazioni chirurgiche al
cervello per il trattamento dell’epilessia. Nei
test, ciascuna metà del cervello veniva anestetizzata
per breve tempo (fino a tre minuti) in modo che
il chirurgo potesse valutare se fosse l’emisfero
destro o sinistro a essere dominante per linguaggio
e memoria.
A ciascun paziente veniva mostrata un'immagine
su un computer con la richiesta di memorizzarla.
L’immagine sovrapponeva il viso dello stesso paziente
con quello di una persona famosa. Le fotografie
degli uomini erano mischiate con quella di Bill
Clinton o con quella di Albert Einstein; i visi
delle donne con l’immagine di Marilyn Monroe o
della principessa Diana. Passato l’effetto dell’anestesia,
ai pazienti veniva richiesto se ricordassero la
loro faccia o quella del personaggio famoso.
«Mentre avevano l’emisfero sinistro anestetizzato
– ha spiegato Julian Keenan, coautrice dell'articolo
apparso su «Nature» – i cinque pazienti erano
apparentemente in grado di riconoscere se stessi
nell’immagine formata al computer, così come dopo
l’effetto anestetico.
Addormentando invece l’emisfero destro, quattro
pazienti su cinque ricordavano in seguito di aver
visto soltanto il personaggio famoso.» In un ulteriore
esperimento, dieci persone sane che lavorano presso
il Dipartimento di neurologia del Beth Israel
Deaconess hanno effettuato un simile test di riconoscimento,
con la propria immagine o quella dei propri colleghi
mescolata a quella di un personaggio noto. Utilizzando
la stimolazione magnetica transcranica, si è potuto
verificare una significativa attività dell’emisfero
destro solo quando occorreva riconoscere se stessi.
Giugno 2003 - News tratta
da www.lescienze.it
Udire i colori, gustare le
forme
Vilayanur S. Ramachandran, Edward M. Hubbard
- La sinestesia è una condizione nella quale
individui altrimenti del tutto normali sperimentano
il mescolamento di percezioni pertinenti a due
o più sensi.
- Per decenni il fenomeno è stato liquidato come
un imbroglio o il risultato di ricordi infantili,
ma oggi è dimostrato che è reale. Forse si verifica
a causa di un’attivazione incrociata di due regioni
cerebrali che di solito sono separate.
- Studiando i meccanismi coinvolti nell’eziologia
di questa condizione, si incomincia a capire come
il cervello elabori le informazioni sensoriali
e le utilizzi per creare collegamenti astratti
fra input apparentemente non correlati.
Luglio 2003 - News tratta
da www.lescienze.it
Isole di genio
Darold A. Treffert, Gregory L. Wallace
Il testo completo di questo articolo si trova
sul numero di giugno di «Le Scienze»
Diventata famosa con il film Rain Man, la sindrome
del savant è una patologia poco comune ma estremamente
interessante nella quale persone che soffrono
di svariati disordini dello sviluppo, compreso
l'autismo, possiedono incredibili «isole» di brillanti
capacità in estremo contrasto con il loro generale
handicap mentale.
Questa sindrome si presenta in un paziente autistico
su dieci e in circa 1 su 2000 individui affetti
da danni cerebrali o ritardo mentale. La sindrome
del savant conserva molti aspetti misteriosi;
tuttavia la tradizionale teoria che chiama in
causa un danneggiamento dell'emisfero cerebrale
sinistro sembra aver trovato una conferma nella
diagnostica per immagini e l'improvvisa comparsa
della sindrome del savant in persone affette da
certi tipi di demenza fa pensare che alcuni aspetti
di questa forma di genio possano esistere in forma
quiescente in ciascuno di noi.
La letteratura medica riporta numerosi casi celebri
di savant già a partire dalla fine del XVIII secolo.
Spesso si trattava di persone abilissime nel calcolo
e, in effetti, oggi sappiamo che le capacità che
si manifestano nella sindrome del savant tendono
a essere quelle basate nell'emisfero cerebrale
destro: ovvero, si tratta di abilità prevalentemente
non simboliche, artistiche, visive e motorie.
Comprendono musica, arte, matematica, abilità
di calcolo, nonché attitudine alla meccanica e
capacità spaziali. Le capacità dei savant sono
sempre associate a una notevole memoria; questa
è profonda, focalizzata e basata sulla recitazione
abituale, ma non comporta la comprensione di ciò
che viene detto.
Sebbene abbiano in comune molti talenti, fra cui
la memoria, i savant variano enormemente nel livello
di abilità. Taluni hanno una fissazione, e una
discreta abilità, nel memorizzare statistiche
sportive e numeri di targa. I savant di talento
possiedono doti musicali o artistiche di gran
lunga superiori a quanto ci si aspetterebbe da
persone con i loro handicap. E i rarissimi savant
prodigio hanno capacità tali che risulterebbero
sorprendenti anche in individui privi di deficit.
Probabilmente oggi vi sono in tutto il mondo meno
di 50 savant prodigio.
Oggi gli specialisti sono in grado di caratterizzare
meglio i talenti dei savant anche se non vi è
alcuna teoria generale che possa descrivere esattamente
come e perché essi possiedano queste abilità.
La spiegazione più appropriata sembra essere quella
secondo cui una lesione dell'emisfero cerebrale
sinistro indurrebbe quello destro a compensare
il deficit. Alla fine degli anni ottanta Norman
Geschwind e Albert M. Galaburda della Harvard
University proposero una teoria che spiegava alcune
cause di lesioni dell'emisfero sinistro, nonché
il fatto che i savant sono in gran parte maschi.
In anni recenti, si sono ottenuti ulteriori dati
che danno conferma all'ipotesi dell'emisfero sinistro.
Nel 1998 Bruce L. Miller dell'Università della
California a San Francisco ha esaminato cinque
pazienti anziani affetti da una forma di demenza
frontotemporale (FTD). Costoro avevano sviluppato
doti artistiche con l'instaurarsi e la progressione
della malattia: erano diventati capaci di eseguire
copie precise di opere d'arte e di dipingere splendidamente.
In effetti, la tomografia a emissione di fotone
singolo dimostrò che le loro lesioni si concentravano
per lo più nell'emisfero cerebrale sinistro.
La comparsa di abilità da savant in persone affette
da demenza suscita interrogativi sulle potenzialità
nascoste del cervello. Secondo alcuni studiosi
la prossima sfida potrebbe essere quella di portare
alla luce quello che è stato chiamato «il piccolo
Rain Man in ciascuno di noi», pur senza perdere
le altre prerogative che si accompagnano alla
normalità.
06.03.2002 - News tratta
da www.lescienze.it
Riparare i danni da ictus
Ripristinare la funzionalità degli arti anche negli
uomini è l'obiettivo della ricerca dei prossimi
anni
Proseguendo una serie di scoperte sulle cellule
staminali, un gruppo di biologi dell'Università
del Minnesota e dello Stem Cell Institute ha dimostrato
come esse abbiano la capacità di ripristinare le
funzioni cerebrali in animali da laboratorio colpiti
da ictus. Le cellule sono state isolate da midollo
osseo di uomini adulti, e trapiantate in topi di
laboratorio sette giorni dopo che avevano sofferto
di un danno cerebrale da ischemia. Prima del trapianto,
gli animali non erano in grado di utilizzare correttamente
le zampe anteriori, ma dopo alcune settimane hanno
recuperato la funzionalità degli arti, come è stato
descritto in un articolo pubblicato sulla rivista
"Experimental Neurology".
Dopo il trapianto, l'esame del cervello dei topi
ha mostrato che le cellule si erano sviluppate esibendo
le caratteristiche dei neuroni. Questa scoperta
suggerisce che la stessa tecnica potrebbe aiutare
a ripristinare le funzioni cerebrali anche in esseri
umani colpiti da ictus. "La possibilità di ripristinarne
le funzioni motorie - ha spiegato Walter Low, principale
autore della ricerca – potrebbe in futuro riguardare
anche gli esseri umani. Tuttavia, bisogna condurre
molti altri studi su queste cellule, prima di poter
prendere in considerazione l'idea di iniziare test
clinici. Il prossimo passo di questa ricerca sarà
quello di determinare dopo quanto tempo il trapianto
delle cellule è ancora efficace. È possibile trapiantarle
uno, due, sei o dodici mesi dopo l'ictus e recuperare
ancora le funzioni cerebrali? Un altro problema
è quello di verificare se queste cellule possono
mantenere le loro nuove caratteristiche di neuroni
per tempi prolungati dopo il trapianto.”
19.02.2002 - News tratta
da www.lescienze.it
Cellule neuronali staminali
Ancora sconosciuto il meccanismo con cui viene
Nei topi di laboratorio, i neuroblasti rispondono
a danni acuti al cervello muovendosi verso l’area
colpita e cercando di formare nuovi neuroni. È
quanto riferito al Convegno dell’American Association
for the Advancement of Science dal neurologo Jack
M. Parent, che ha partecipato a una ricerca effettuata
presso l’Università del Michigan. La comprensione
di un simile meccanismo potrebbe aprire la strada
a nuove terapie in grado di ridurre i danni cerebrali
causati da ictus o da malattie neurodegenerative.
Fino a poco tempo fa si credeva che il sistema
nervoso centrale degli adulti non fosse in grado
di generare nuovi neuroni da cellule staminali
adulte. Ora si sa che durante l'intera vita dell'individuo
i neuroblasti di in una parte del cervello chiamata
zona sottoventricolare (SVZ) continua a produrre
nuovi neuroni per il bulbo olfattivo. Anche un’altra
area del cervello chiamata giro cerebrale genera
neuroblasti, destinati a formare neuroni nell’ippocampo.
06.08.2001 - News tratta
da www.lescienze.it
Vincere l'Alzheimer nei topi
Diminuita dell'89 per cento la quantità di placche
amiloidi nella corteccia cerebrale
Un gruppo di ricercatori della New York University
School of Medicine è riuscito a impedire lo sviluppo
del morbo di Alzheimer nei topi.
La malattia è caratterizzata dalla distruzione
delle cellule nervose, specialmente in aree importanti
per la memoria e l'apprendimento ed è causata,
secondo molti ricercatori, dalla formazione di
placche amiloidi. In uno studio recente, i ricercatori
erano stati in grado di fermare la formazione
delle placche nel cervello dei topi creando un
piccolo peptide che impedisce la formazione di
una forma elicoidale e insolubile della proteina
amiloide.
Secondo quanto riportato sulla rivista “American
Journal of Pathology” il nuovo farmaco - modellato
su un frammento di proteina amiloide - è stato
iniettato in topi di 11 mesi modificati geneticamente
affinché sviluppassero la malattia. I cervelli
dei topi sono stati analizzati sette mesi più
tardi, e hanno mostrato una quantità di proteina
amiloide diminuita dell'89 per cento nella corteccia
cerebrale e dell'81 nell'ippocampo.
Poiché la nuova terapia offre sufficienti garanzie
di assenza di effetti tossici, la sperimentazione
clinica potrebbe iniziare entro un anno.
18.06.2001 - News tratta
da www.lescienze.it
Come comincia il danno cerebrale
nel morbo di Alzheimer
Basate sulla lotta ai radicali liberi le nuove
ipotesi di terapia
Il danno ossidativo del cervello di pazienti
alzheimeriani precede - invece di seguire, come
finora ritenuto - la comparsa di placche beta
amiloidi nel cervello. È quanto annunciato dai
ricercatori della University of Pennsylvania School
of Medicine sulla rivista “The Journal of Neuroscience”.
Le teorie riguardanti il morbo di Alzheimer maggiormente
accreditate finora sono due. La prima afferma
che lo sviluppo delle caratteristiche placche
amiloidi sia causa dell’infiammazione delle cellule
della microglia, che attivandosi, stimolano la
produzione di citochine, in grado di attaccare
e danneggiare i neuroni. Nella seconda teoria,
le placche causano un incremento della quantità
di radicali liberi, determinando una ossidazione
precoce degli acidi grassi che costituiscono il
95 per cento del tessuto cerebrale. Tale “stress
ossidativo” porta alla degenerazione delle cellule
e infine alla loro morte. Entrambi i modelli presumono
che le placche costituiscano una fattore iniziale
nell’insorgenza della malattia, circostanza negata,
invece, dalla nuova ricerca. “Quella di Alzheimer
- ha spiegato Domenico Pratico, ricercatore del
Dipartimento di farmacologia dell’Università della
Pennsylvania - è una malattia molto complessa,
e probabilmente non ha una singola causa. La nostra
ricerca, basata sullo studio di topi ingegnerizzati
geneticamente.
04.05.2001 - News tratta
da www.lescienze.it
Neuroni trasformisti
Alcuni neuroni nella corteccia visiva primaria
sono in grado di assumere per breve tempo le funzioni
di altre cellule
I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology
hanno fornito un nuovo indizio per capire come
il cervello possa adattarsi a nuovi stimoli, pur
mantenendo invariato il numero di cellule. Nel
loro articolo, pubblicato sul numero di «Nature»
del 3 maggio, un gruppo di scienziati del Massachusetts
Institute of Technology descrive come alcuni neuroni
nella corteccia visiva primaria siano in grado
di assumere per breve tempo le funzioni di altre
cellule vicine, per poi tornare ai loro compiti.
È la prima volta che si dimostra che i neuroni
possono avere proprietà diverse a seconda di dove
si trovino nella rete cerebrale. Questa scoperta
spiega il perché di alcune illusioni ottiche,
come il fatto che dopo aver fissato a lungo una
serie di righe inclinate, una verticale ci sembrerà
anch'essa inclinata, ma in direzione opposta.
Nessuno finora aveva capito se questa illusione
ottica avesse origine nell'occhio o nel cervello.
Quello che succede è che i neuroni che normalmente
riconoscono i segmenti inclinati verso destra
hanno temporaneamente assunto il compito di quelli
vicini, che riconoscono i segmenti inclinati a
sinistra. In effetti, per formare l'immagine degli
oggetti, il nostro cervello ha cellule esperte
nel riconoscere linee con diverse orientazioni.
Per giungere a questa conclusione, gli scienziati
hanno usato tecniche idonee a capire come sono
raggruppate nel cervello le cellule che rispondono
a segmenti con una particolare inclinazione. Si
è così osservato che le cellule sono raggruppate
in modo che quelle che percepiscono inclinazioni
leggermente diverse sono vicine nella corteccia
cerebrale. Ovviamente, molte cellule sono contornate
da altre molto simili, mentre alcune hanno vicine
con compiti più diversi. Gli scienziati hanno
scoperto che sono le seconde a mostrare la maggiore
capacità di modificarsi.
News tratta da www.neuroscienze.net
Plasticità neuronale
Il SNC è caratterizzato da una capacità di adattamento
che permette di modificare la struttura delle
sue sinapsi e le relative funzioni dei neuroni
da cui sono generate.
Tale plasticità neuronale è biologicamente fondata
su almeno due osservazioni scientifiche:
1) La comunicazione chimica interneuronale si
verifica attraverso più neurotrasmettitori in
relazione alla specifica funzione da espletare,
dunque l’insufficienza nella trasmissione a causa
della scarsa disponibilità di un particolare neurotrasmettitore
sarebbe sopperita da un altro della stessa “famiglia
chimica” o da un gruppo di neuroni situato in
un atro locus cerebrale.
2) Gli assoni del SNC lesionati, se opportunamente
stimolati alla crescita con un esercizio mirato
a riabilitare la funzione cognitiva danneggiata,
possono ricostituirsi, mostrando un soddisfacente
grado di recupero (di certo ampiamente variabile).
News tratta da www.neuroscienze.net
Il cervello cresce per tutta
la vita
di Paolo Manzelli
La crescita del cervello può durare per tutta
la vita. Recenti scoperte sulle “cellule staminali”
nel cervello hanno eliminato il vecchio dogma
della Neurologia per cui si riteneva che le cellule
neuronali del cervello fossero incapaci di riprodursi.
Oggi sappiamo invece che in un ambiente ampiamente
stimolato anche nell’adulto la rigenerazione neuronale
è sempre possibile a partire da “cellule staminali”
cosi dette “Toto-potenti”, che in qualità di precursori
indifferenziati possono differenziarsi in diverse
forme cellulari. Inoltre è ben noto che esistono
nel cervello processi di stabilizzazione che rallentano
e diminuiscono il numero di neuroni nel cervello
e rallentano la crescita di nuove cellule neuronali.
Il Cervello del nascituro inizia a svilupparsi
con rapidità impressionante ed i neuroni si moltiplicano
con grande rapidità. Dal sesto mese, la produzione
cosi celere dei neuroni rallenta notevolmente
mentre accelera la nascita di collegamenti interneuronali
(Assoni e Dendriti sinaptiche). Anche esse si
moltiplicano rapidamente fino ai 4 anni circa.
Di seguito con l’ esperienza e l’apprendimento
si stabilizzano percorsi di integrazione delle
varie aree cerebrali pertanto mano a mano con
la formazione dell’ individuo si attua un fenomeno
di riduzione delle potenzialità plastiche del
cervello che è indice di una stabilizzazione della
specializzazione delle funzioni di integrazione
cerebrali.
Di conseguenza man mano che procede tale stabilizzazione
delle funzioni cerebrali il numero di Neuroni
e delle Interconnessioni neuronali tende a diminuire
e il cervello risponde in tal misura ad un vitale
processo di adattamento cognitivo. Alla stabilizzazione
del sistema di apprendimento va a corrispondere
di pari passo il processo di “Mielinizzazione”
delle interconnessioni Neuronali. La Mielina è
un polimero proteico-lipidico che forma una ‘guaina’
intorno ai neuroni in funzione protettiva estremamente
necessaria in particolare per inibire la dispersione
di campi bio-elettrici negli assoni, cioè nelle
fibre nervose che propagano le informazioni nel
cervello e nel corpo dell’ individuo. Dato che
la mielina è di colore biancastro, con la crescita
dell’ individuo e la formazione cerebrale si osserva
un progressivo fenomeno di diminuzione relativa
della materia grigia, in favore di un aumento
della materia cerebrale bianca, dovuto alla mielinizzazione
delle fibre di interazione cerebrale, azione che
si completa all’incirca attorno ai 20 anni (pur
potendo proseguire anch’esso per tutta la vita
a ritmo rallentato).
Proprio come conseguenza di un tale fenomeno di
riduzione neuronale, caratteristico dello sviluppo
cerebrale dal bambino all’adulto, si era ritenuto
che i neuroni non avessero più alcuna possibilità
di rinascere nell’adulto, mentre è quello che
avviene . Quello che sappiamo oggigiorno fa riflettere
sulla possibilità di esplorare nuove forme di
apprendimento capaci di migliorare la plasticità
cerebrale cercando di limitare una formazione
rigida sostanzialmente tesa a stabilizzare in
modo ripetitivo i processi di memorizzazione a
lungo termine. Certamente strategie alternative
di una formazione meno condizionante i processi
di stabilizzazione cerebrale, orientate pertanto
verso il mantenimento della plasticità cerebrale,
sono oggi rese possibili dai sistemi di “Net-Learning”
basati sulla condivisione di conoscenze in rete
internet. Ciò infatti corrisponde ad un sistema
di apprendimento che certamente rappresenta un
arricchimento ed ampliamento dell’ambiente comunicativo
rispetto a quello limitato dello spazio di una
classe a scuola. Le linea di guida delle sperimentazioni
di NET-Learning introdotte recentemente dal LRE/EGO-CreaNET
sono realmente innovative, proprio in quanto tendono
a predisporre una attenta e cosciente considerazione
sulla formazione delle funzionalità cerebrali.
Infatti sostanzialmente sono basate sulla considerazione
che vede nelle potenzialità cerebrali creative
la possibilità di una formazione anticipativa
di nuove conoscenze finalizzata a crearsi un futuro
entro sistemi di condivisione ed auto-determinazione
dello sviluppo cognitivo. È ragionevole ritenere
che per rinnovare se stesso, il cervello di un
individuo debba apprendere molto sulla propria
formazione cerebrale e quindi non solo svolgere
il compito di apprendere nell’imparare nozioni
relative al mondo cognitivo e l’ambiente che lo
circonda. La completa correlazione tra soggetto
ed oggetto dell’ apprendimento genera pertanto
una opportunità del tutto nuova capace di generare
una visione integrata di ciò che cambia e di come
si possa significare creativamente le alternative
del cambiamento. E quindi è in questa prospettiva
che riteniamo importante la sperimentazione di
NET-Learning che consegue a una presa di coscienza
sulle potenzialità cerebrali di sviluppo, poste
al di là di antiquate modalità di apprendimento
e di obsoleti dogmi cognitivi.
NOTA: La “Mielina” è formata da uno strato
interno di colesterolo ed uno strato interno di
fosfolipidi e proteine. Serve come schermatura
dei flussi bio-elettrici di informazione che scorrono
nelle fibre nervose. Gravi alterazioni dei processi
di de-mielinizzazione si riscontrano nella sclerosi
multipla e nel morbo di Alzhaimer.
News tratta da www.neuroscienze.net
Biofeedback (BFB)
Tecnica che consente di apprendere a controllare
funzioni fisiologiche involontarie (ritmo cardiaco,
attività cerebrale, tensione muscolare, attività
viscerale, secrezione ghiandolare), nella quale
è impiegata una serie di apparecchiature (EMG, EKG,
AEP; EEG, ecc.) che rilevano la situazione funzionale
attuale attraverso la registrazione di specifici
indici fisiologici. Le misurazioni dei parametri
biologici vengono simultaneamente convertite in
segnali visivi o uditivi (es. l’accensione di una
lampadina o l’emissione di un suono, rispettivamente
a vari livelli di intensità, tono e frequenza),
in modo tale da fornire al soggetto sperimentale
un segnale analogico che, agendo da “rinforzo”,
alimenta il meccanismo di condizionamento operante
che sta alla base del funzionamento del BFB.
L’acquisizione di una maggiore conoscenza dell’esatto
significato dei segnali analogici correlati al proprio
funzionamento è la base fondamentale su cui il soggetto
stesso può cominciare a sviluppare la capacità di
autoregolazione (self -regulation) di alcuni processi
fisiologici autonomi.
Le principali applicazioni del BFB riguardano la
terapia delle cefalee muscolotensive e vasomotorie
e dell’ansia con effetti apprezzabili, il trattamento
dell’epilessia con risultati, però, discordanti. |